Parole
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Pacca, s. f. Botta leggera. Ni (gli) diede ’na pacca sulle spalle.
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Padellà, v. tr. Padellare, sparare a un animale e non colpirlo. Ma com’ha’ fatto a padellallo’n (in) cotesta maniera?
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Padellónno, v. tr. (ind. pass. rem.) Padellarono. Tirarono tutti e due a un fagiano, ma lo padellónno!
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Padrone der baccellaio, loc. L’ultima persona rimasta dopo che gli altri sono andati via. Enno ’ndati (andati) via tutti e m’hanno lasciato padrone der baccellaio!
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E (i) Paduli
, lu. I Paduli, metatesi della parola paludi, indicano la
zona tra Cenaia e Ceppaiano dove si trovava il padule del Lupo che
si estendeva fino a congiungersi con il padule di Vinceri, testimoniato
dal nome dell’omonima borgata, vicino a Vicarello e il cui nome
deriva dal longobardo Guinceri.L’esistenza del padule è documentata
anche dal toponimo Le Lame, da lama, pantano, acquitrinio, zona
coperta da acque.
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Padulina, s. f. Gipero. (cyperus rotundus). Maria, ci riè la padulina. Credeo d’avella sberberata e ’nvece (invece) è risortita fori!
La mia conoscenza con la padulina risale a parecchi anni
fa quando mi era stata fornita della terra per il giardino. Però era
infestata da questa pianta. Ma fu nel 2007 che mi ritornò tra i piedi in
maniera insopportabile! Avevo cominciato a preparare un terreno al
Colle in vista del mio successivo pensionamento. La mia intenzione
era di farci un orto. Tra le altre avevo seminato delle piante di okra o
gombo (abelmoschus esculentus) dopo che nell’estate del 2006 avevo
scoperto una piccola piantagione in Volpaia. Conoscevo i baccelli
avendoli visti più volte nei negozi etnici di Firenze, ma non avevo
mai visto la pianta. Durante una passeggiata avevo visto queste piante
in fiore, due solchi, che mi avevano ricordato il cotone e l’hibiscus.
Avevo chiesto al coltivatore, un albanese, come si chiamassero e
mi aveva risposto, non capii bene, bamja o bamje. Oltre a dirmi
che facevano dei frutti buonissimi che venivano utilizzati con lo
spezzatino per fare un piatto tipico. Constatato che era possibile
coltivarla anche qui da noi mi accinsi a provarci anch’io. Come prima
cosa pensai di preparare il terreno facendo un lavoro di scasso. E qui,
senza saperlo, venni in contatto con la padulina. Vedevo ogni tanto dei
piccoli tuberi tagliati a metà dalla vanga, bianchi dentro e altri tutti
neri, interi. Ma non avevo capito che erano gli stessi. Era la padulina
che d’estate venne su rigogliosissima insieme all’okra. Cercai alla
meno peggio di sradicarla, ma era impossibile, perché tirando veniva
via la parte superiore della pianta ma il tubero rimaneva sottoterra al
sicuro e l’anno dopo avrebbe ributtato di sicuro. Avevo fatto così la
conoscenza con la peggiore erba infestante che fosse sulla terra! Come
se non bastasse le sue radici rilasciano delle sostanze nocive per le
altre piante impedendone la crescita ed è resistente alla maggior parte
dei diserbanti. Nemmeno gli erbicidi foliari servono perché l’apparato
radicale e i tuberi rimangono intatti. Anche la normale pratica
di vangare il terreno è controproducente perché i tuberi vengono
distribuiti nel terreno aumentando l’infestazione. Se poi un tubero
viene tagliato darà vita a due piante! Non serve nemmeno, come
avevo pensato, cercare di soffocarla con la plastica usata normalmente
nelle pratiche orticole per impedire la crescita delle erbe infestanti.
Ritornando all’okra devo dire che l’anno successivo la riseminai ed
ebbi un buon raccolto. Le piante vennero su rigogliose, alte quasi
due metri, e fruttificarono abbondantemente. Anche quest’anno ho
avuto un ottimo raccolto! Ho visto i frutti freschi in vendita anche
a Pontedera, venivano in aereo dall’Africa. Vuol dire che grazie agli
extracomunitari c’è un mercato e quindi una richiesta. Penso che
prima o poi cominceranno a coltivarla anche qui.
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Paese, lu. La zona centrale del paese, sia a Crespina che a Cenaia. Vado ’n (in) paese.
- Sto ’n paese.
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Pagaccia, s. f. Persona che paga malvolentieri. Sta’ attento ch’è ’na pagaccia!
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Pagà com’un banco! loc. Pagare molti soldi. Ha scommesso ’e lo Zizzeri vinceva (avrebbe vinto), ma n’è toccato pagà com’un banco!
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Pagna
, s. f. Pania. La pania veniva usata nella caccia con la civetta.
Le più antiche testimonianze che ho trovato sono un mosaico romano
del III sec. d.C. conservato presso il museo archeologico di Oderzo, e
un’ anfora attica a figure nere del VI sec. a.C. ubicazione sconosciuta.
In ambedue si vede una civetta sulla gruccia, i panioni e gli uccelli
che cadono a terra dopo essere rimasti impaniati.
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Pagnaccio, s. m. Cosa informe e sgraziata. Da pagna (pania). Il marito alla moglie che è appena arrivata da farsi i capelli: O cos’è cotesto pagnaccio ’e cià’ (ci hai) ’n (in) capo?
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Pagnaccio, s. m. Disturbo intestinale negli uccelli allevati (uccellini di nido, polli, ecc.) che si manifesta con una crosta nella regione anale. Ho cavato un nido di filunguelli (fringuelli) ma n’ è venuto a tutti ir (il) pagnaccio ar (al) culo e son morti!
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Pagnoni
(panioni), s. m. pl. Verghe piene di pania pronte per
essere stese (usate).
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Paiola
, s. f. Largo recipiente usato per trasportare la calcina.
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Palà, v. tr. Mettere i pali alle viti. Vado a palà le vitie.
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Paleo
, s. m. Erba dei campi (festuca pratensis). Parola usata
da Dante nel Paradiso, Canto xviii, verso 42: “E al nome de l’alto
Macabro vidi moversi un altro roteando, e letizia era ferza del paleo.”
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Pallaio, s. m. Nolo del biliardo. Si gioa ’na beuta e chi perde paga ’r pallaio.
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Palle dell’occhi, loc. Occhi. È ’na ’osa ’e mi sorte fori dalle palle dell’occhi!
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Palle di gatto
, s. f. pl. Uva sangiovese con chicchi molto grossi.
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Palloccolosa, agg. f. Lunga e noiosa. ’Un la fà tanto palloccolosa!
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Palloso, agg. Noioso. Come se’ (sei) palloso!
Anche: ’ome se’ (sei)
palloso!
- Che discorsi pallosi!
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Pàmpana, s. f. Pampino, foglia di vite. Pàmpane di vitia
(vite).
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Pane
, s. m. Terra intorno alle radici che viene prelevata con la
pianta da trapiantare per favorirne l’attecchimento.
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Paniato (panicato), agg. Malato. Perché poi ni (gli) viene ’r (il) fegato panïato!
Si dice panïato quando ha delle piccole escrescenze
come chicchi di panico.
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Panni, s. m. pl. Vestiti. Mettiti i panni
. Parola usata da Dante, tra
l’altro, nell’Inferno, Canto xxxiii, verso 141: “Io credo” diss’io lui,
“che tu m’inganni; ché Branca Doria non morì unquanche, e mangia
e bee e dorme e veste panni”.
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Pannina, s. f. Vestiti e altri articoli di piccolo abbigliamento. Gneffere avea un negozio di pannina in Filieto.
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Pantaneto
, lu. Località nel Comune di Lari subito prima
dell’inizio della salita che porta a Usigliano.
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Paratella
, s. f. Riparo temporaneo usato per la caccia a volo.
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Parea
, pareano
, pareo
, v. intr. (ind. imperf.) Pareva,
parevano, parevo. ’Un l’ho fatto perché mi parea fatïa!
Parola usata
da Dante, tra l’altro, nell’Inferno, canto i, verso 63: “Mentre ch’i’
rovinava in basso loco, dinanzi a li occhi mi si fu offerto chi per lungo
silenzio parea fioco.”
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Paré fatia (fatica), loc. Non aver voglia di fare una cosa. A: Porta ’n (in) casa l’acqua.
B: No, mi par fatia!
- A: Arzati!
B: Mi par
fatia!
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Paré mill’anni, loc. Non vedere l’ora. Mi par mill’anni di rivà a casa!
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Parmerino
(Palmerino), lu. Località nel Comune di Cascina
subito dopo il Ponte de’ fii.
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Partaccia, s. f. Rimprovero. Io c’ero ’ndato per chiedini scusa, e ’nvece m’ha fatto una partaccia ’e ’un ti dio (dico)! Un me l’aspettavo propio!
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Parte, s. f. Divisione. Te guarda di fà le parti ammodo, uguali per tutti, ’e dopo ’un ci siano recrami!
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Partì, v. tr. Dividere, tagliare. Giorgio parti ’r (il) pane prima di portallo ’n (in) tavola
. Usato in questo senso (dividere) da
Dante anche nel Convivio, Trattato I, capitolo III/1: “Degna di molta
riprensione è quella cosa che, ordinata a tòrre alcuno difetto, per
se medesima quello induce: sì come quelli che fosse mandato a
partire una rissa, e prima che partisse quella ne iniziasse un’altra”,
Trattato II, capitolo X/2: “La qual parte, a bene intendere, si vuole in
due partire”, Trattato IV, capitolo II/1: “Nel principio della impresa
esposizione, per meglio dare a intendere la sentenza della proposta
canzone, convienesi quella partire prima in due parti.”
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Passà male, loc. Fare una brutta figura. O, m’arracomando, ’un mi fa passà male!
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Passà per occhio, loc. Non vedere. M’è passato per occhio! E ’un l’ho visto, e allora?
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Passata, s. f. Breve pioggia. A: È piovuto?
B: Ha fatto solo ’na
passata!
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Passerottino
, s. m. Nidiaceo o giovane di passera d’Italia.
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Passionista, s. m. Appassionato. Eh! (pr: è) Io ciò la passione der cicrismo! Sono un passionista sfegatato.
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Passo
, s. m. Periodo nel quale gli uccelli migratori arrivano nelle
nostre zone.
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Pastoie
, s. f. pl. Geti. Legacci che si mettono alle zampe dei rapaci
perché non scappino.
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Patacca, s. f. Macchia su un vestito. Se’ (sei) sempre ’r (il) solito spreciso! Sta’ (stai) più attento! Ti se’ fatto ’na patacca di sugo sulla ’amicia
(camicia)!
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Er (il) Patataio
, lu. Spianata sulla destra all’inizio della discesa
delle grotte.
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Patate mascè
, s. f. pl. + agg. Purea di patate. Dall’inglese
mashed potatoes.
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Patito, agg. Magro finito. Come se’ (sei) patito! O che ha’(hai) fatto?
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Patta, s. f. Botta sulla testa con la mano aperta. O, sta’ (stai) bono (buono) sennò ti do du’ (due = delle) patte.
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Patto
, s. m. Erbe usate come lettiera per il bestiame. Erbe tagliate
e lasciate nel campo.
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Pecchia
, s. f. Pellicola che copre l’interno della castagna.
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Pedata, s. f. Calcio, pedata. Ti do ’na pedata ner culo e ti faccio volà sur tetto
- Ti do ’na pedata ner culo ’e (che) ti faccio volà sur
tetto.
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Peggio, agg. Peggiore. A bazzia (bazzica) Mauro è ’r (il) peggio di tutti!
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Pèggioro, v. intr.(ind. pres.) Peggióro. A: Allora ’ome (come) va?
B: E pèggioro di giorno’n (in) giorno. Speramo di levacci le gambe!
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Pelà, v. tr. Sbucciare. A: Cosa fai?
B: Sono a pelà le patate.
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Pellaio, s. m. Persona rozza e incivile, dai modi inurbani. E (i) vostri ’nfermieri (infermieri) vi fanno fà ’na figura da pellai con quer modo di fà che hanno!
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Pelo matto
, s. m. + agg. La lanugine che copre gli uccellini nel
nido prima che mettano le penne. Parola usata dal Boccaccio (penna
matta) nel Decamerone, sesta giornata, novella decima: “Costui,
avendol già tutto unto di mèle et empiuto di sopra di penna matta”.
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Penà, v. intr. Tardare. Pena poo (poco) eh! (= sbrigati) T’aspetto ’uì
(qui)!
-
Penà, v. intr. Faticare. Quant’ho penato prima di rivà qui! ’Un finiva mai la strada!
Parola usata dal Boccaccio nel Decamerone, giornata
seconda, novella quinta: “mentre che io penerò ad uscir dall’arca”.
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Pena, s. f. Dolore. Ciò ’na pena d’aria, qui davanti, che ’un mi passa.
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Pendolone, avv./agg. Penzoloni. Ma possibile ogni vorta ’e deo aprì le finestre mi ritrovo ’ntrafunato (intrafunato = impacciato) con quelle dannate tende pendoloni!
- A: Per quanto stai?
B: Sto per
uno, mi manca il 17, ma è pendolone, fra poo (poco) sorte!
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Peorino
(pecorino), s. m. Formaggio fatto con latte di pecora.
-
Peorino
(pecorino), s. m. Escrementi di pecora usati come
concime.
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Peorone (pecorone), s. m. Persona buona a nulla. Se’ un gran peorone!
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Perché? Perché due non fa tre!
loc. Modo di dire scortese in
risposta a ripetuti “perché?”
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Perde (i) ’orpi (colpi), loc. Non funzionare più bene (riferito al cervello). Preso dalla meccanica: il motore che perde colpi. Allora, ’osa (cosa) son venuto a piglià? ’Un me lo riordo (ricordo) più! Er (il) cervello ’omincia (comincia) a perde (i) ’orpi.
-
Per dì, loc. Non sul serio. Dicevo per dì. ’Un parlavo mia sur serio!
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Peretta, s. f. Interruttore della luce in legno e poi in plastica che si trovava appeso alla testata del letto, scendendo dall’alto A: Spengi il lume
(= luce)! B: ’Un (non) trovo la peretta.
A: È costì pendolone,
l’ha’ (hai) sur capo!
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Perignano
, lu. Centro abitato sulla strada provinciale delle Colline
livornesi.
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Peritassi, v. rifl. Non osare, vergognarsi. ’Un ti perità. Vieni avanti.
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Per meglio, loc. In maniera più certa. Penso ’e sia ’osì, come t’ho detto. Ad ogni modo lunedì te lo so dì per meglio.
-
... però, congiu. (Modo di sottolineare un evento.) E piove, però!
-
È freddo, però!
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Pèrtïa
, s. f. Pertica. Bastone molto lungo una volta usato anche
come unità di misura.
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Pesciaio, s. m. Pescivendolo. Un avvenimento a parte era ’ostituito (costituito) dall’arrivo di Beppe ’r (il) pesciaio.
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Peso, agg. Pesante. Come se’ (sei) peso! Sarai venti ’ili
(chili)!
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Peso, agg. Volgare nel parlare! Come se’ (sei) peso!
Ambedue i
significati danno l’idea della difficoltà di sopportazione!
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Peste bubbonïa, (bubbonica), loc. Bimbetto pestifero. O ’un l’ (li) avea scapati tutti e (i) ’arciofini, quella peste bubbonïa!
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Pestotto, s. m. Pestata. M’ha dato un pestotto sur callo ’e m’ha fatto vedé le stelle!
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Pettata
, s. f. Terreno in salita ripida, greppo. Greppo è una parola
che ho trovato due volte soltanto. La prima nel nome di una località
sopra Camaiore, Greppolungo; la seconda in una poesia del Pascoli,
La sementa: “E poi, tornata, con le figlie prese pei greppi”.
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Pettinà, v. tr. Castigare, mettere a posto. Ciao Lorenzo, ’n (in) du’ (duve? = dove) vai? All’asilo? Vedrai ora le maestre ti pettinano!
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Er (il) Pettinaccio
, lu. Località sulla destra andando verso Cenaia
da Crespina; vi si accede dal Poggio prima che inizi il viale della
Croce.
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Pezzine
, s. f. pl. Strisce di stoffa da usare come assorbenti.
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Pezzo di merda, loc. Offesa. Se’ (sei) ’n (un) pezzo di merda!
-
Se’ (sei) ’n (un) gran pezzo di merda!
Preferita nell’uso a “Se’ ’na
merda!
”
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Piacé, s. m. Piacere. Mi fa’ (fai) ’n piacé? Va’ da Rosa e dinni ’e tra poo rivo.
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Piacé, v. intr. Piacere. Se vo’ rimané a cena ci fa’ piacé, ’un ciò tanta roba: un po’ di pasta e du’ (due = alcune) patate rifatte, ma si sta ’nsieme (insieme), ci s’ha (abbiamo) tante ’ose (cose) da raccontatti
. - Ha’ (hai) vinto? N’ho a piacé.
-
Piàciano, v. intr.(ind. pres.) Piacciono. Du’ (due = alcune) budelline ’otte (cotte) ner tegamino sono una delle ’ose (cose) der pollo ’e mi piàcian (piacciono) di più . Anco der petto.
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Piaga verminosa, loc. Persona noiosa. Se’ (sei) ’na piaga verminosa! Ma come si dee fà a sopportatti?
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Piàggia
, s. f. Terreno in discesa. Parola usata dal Boccaccio
nel Decamerone, sesta giornata, novella decima: “Le piagge delle
quali montagnette così digradando giù verso il piano discendevano”,
“Et erano queste piagge”. Parola usata anche da Dante nell’Inferno,
Canto i, verso 29: “Poi ch’èi posato un poco il corpo lasso, ripresi via
per la piaggia diserta, sì che ’l piè fermo sempre era ’l più basso.” e
nel Canto ii, verso 62: “l’amico mio, e non de la ventura, ne la diserta
piaggia è impedito sì nel cammin, che vòlt’è per paura.”
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La Piana
, lu. Terreno in pari dopo Bersole verso Usigliano, subito
in fondo alla discesina, sulla destra.
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Er (il) Pianaccio
, lu. Terreno che si trova dopo la via del
Bizzuello.
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Pianigiano, s. m. Abitante del piano. Anche te se’ (sei) doventato un pianigiano! ’Un ti si vede nemmeno più!
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Er (il) Piano, s. m. Zona che grosso modo va da Fornacette a Pisa. È tornato (andato ad abitare) ner piano.
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Piastrino
, s. m. Persona che chiacchiera quando farebbe meglio a
stare zitto.
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Piattaia
, s. f. Mobiletto per metterci le stoviglie a scolare.
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Piattolone, s. m. Persona noiosa. ’Un fa tanto ’r piattolone!
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La Piazza
, lu. La località dove è la sede comunale (piazza Cesare
Battisti).
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Piccassi, v. rifl. Intestardirsi su una cosa. ’Un ti ci piccà!
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Picchià, v. intr. Avere un incidente. Quell’artro venia ’ontromano, e hanno picchiato!
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Picchià, v. intr. Colpire. A: Pronto, Paolo?
B: No, ciai picchiato
vicino, m’ ha’ sbagliato numero.
A: Ma ’un se’ Paolo?
B: No,
hai posposto du’ numeri.
- A: Ho fatto centro!
B: No, però ciai
picchiato vicino.
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Picchio, s. m. Cazzotto, colpo. Ti do un picchio se ’un la smetti!
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Piedate
, s. f. pl. Pedate, impronte sulla terra lasciate da persone o
animali.
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Pieno zipillo, loc. Pieno al massimo. È pieno zipillo!
Da notare
che zipillo è sempre associato a pieno come nell’esempio riportato.
Non l’ho mai sentito usare da solo!
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Pigia pigia, loc. Moltitudine. C’era un pigia pigia dell’artro mondo
.
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Piglià
, v. tr. Prendere, pigliare. Parola usata dal Machiavelli nel
Principe, cap. VIII, 8: “Onde è da notare che, nel pigliare una
sfida, debba l’occupatio di esso discorrere tutte quelle offese che li è
necessario fare.”
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Piglià, v. tr. Colpire. E l’ho mandato via (= non colpito). Era tutto ’nfrascato, e n’ (gli) ho tirato lo stesso, ma ’un lo poteo piglià.
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Pinzo di puce! loc. Cosa da niente. Ma cosa voi ’e sia. È un pinzo di puce!
-
Piglià, v. tr. Andare d’accordo. A: L’ha’ (hai) sentito di Maura, s’è lasciata.
B: E lo sapevo, ’un si pigliavano!
-
Piglia e porta a casa, loc. Frase finale diretta ad una persona la quale ha fatto una cosa non sensata. L’ha’ vorsuto fà, ora piglia e porta a casa! Io te l’aveo detto!
-
Piglià fresco, loc. Prendere fresco. Pó (può) ’ndà (andare) anc’ (anche) a Pisa, ma dee stà attento a ’un piglià fresco.
- Po’ (puoi)
’ndà (andare) anc’ (anche) a Pisa, ma dei stà attento a ’un piglià
fresco.
-
Piglià lo gnocco, loc. Arrabbarsi. Ma se mi prende lo gnocco, lo vedi!
-
Piglià per er (il) culo, loc. Prendere in giro. Ma chi credi di piglià per er culo, eh!
-
Piglià per le trombe del culo, loc. Minacciare di passare a vie di fatto. Se continui, ti piglio per le trombe der culo e ti butto nella valle!
-
Pigliassela, v. rifl. Prendersela, preoccuparsi. ’Un te la piglià! Cosa voi ’e (che) sia!
-
Piglio e vado via! loc. Prendo le mie cose e me ne vado! Senti, se continui con cotesto modo di fà, piglio e vado via!
-
Pila, s. f. Lavatoio. A: Er (il) pallone l’ho messo nella pila pe’ (per) lavallo.
B: Dopo te lo lavo.
- Alle Fontacce prima c’eran le pile
dove le donne ’ndavano a lavà (i) panni.
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Pillaccherone
, s. m. Persona che non ha voglia di far niente.
-
Pillaccolosa, agg. Lunga e noiosa. ’Un la fà tanto pillaccolosa!
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Pillone, s. m. Situazione sgradevole determinata dall’accumularsi in gola del cibo mangiato in fretta. M’ha fatto pillone.
Io avevo
battezzato dorce pillone un dolce che faceva la mia sorella in
gioventù: bruciato di fuori e poco cotto dentro. Una vera specialità
che ti faceva pillone in gola quando lo mangiavi.
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Pina
, s. f. Cuore di animale. Dalla forma simile ad una pigna.
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Pinaiolo doppio
, s. m. + agg. Fungo. (boletus luteus). Il nome
è dovuto al fatto che vive in simbiosi con il pino, come il pinaiolo
scempio e la pineggiola.
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Pinco, s. m. Persona immaginaria. A: Chi è stato?
B: È stato pinco!
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Pineggiola
, s. f. Fungo. (lactarius deliciosus, sanguiflus,
semisanguiflus).
-
Pinto, agg. Spinto. A: ’Un c’è più ’r (il) cosino?
B: Si vede (di
sicuro) (’e = che) l’ha’ (hai) pinto dentro.
Se si usasse può darsi
verrebbe: Può darsi ’e tu l’abbia pinto dentro.
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E (i) Pinucci
, lu. Località dove si trova il Casermone, sulla sinistra
dopo il viale della Croce.
-
Pinzà, v. tr. Pungere da parte di un insetto. Ma te guarda, m’ ha pinzato. ’Cidenti (accidenti) a lui, ma ’un sapea ’osa (cosa) fa?
-
Pinzito, agg. Detto di tubero o seme che ha germogliato. Queste patate sono tutte pinzite!
-
Pinzo, s. m. Puntura d’insetto. Ma cosa voi ’e sia! È un pinzo di puce
(pulce).
-
Pinzo, s. m. Germoglio di pianta. Queste patate hanno ’r (il) pinzo!
-
Pinzo di puce! loc. Cosa da niente. Ma cosa voi ’e sia. È un pinzo di puce!
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Piombini
, s. m. pl. Piccolissime zecche che vivono in gruppo. Il
nome è dovuto al colore plumbeo.
-
Piove ’ome (come) Dio la manda, loc. Piovere forte. Ne sarà venuta d’acqua stanotte. Pioveva ’ome Dio la mandava! Mi sono arzato a vedé e la strada era tutta una chiarura.
(Allagata e quindi
come uno specchio d’acqua, detto chiaro).
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Pioviscolà, piovere piano piano. Com’è ’r (il) tempo? E pioviscola.
-
Pipita
, s. f. Pellicina che si forma vicino alle unghie della mano.
-
Pisciaane (pisciacane), s. m. Grosso piolo in pietra messo all’angolo di una casa.
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Piscialletto
, s. m. Dente di leone. Cfr: francese pissenlit.
-
Pisciolino, s. m. Rivolo. Quella ’annella, e chiude male. C’è un pisciolino d’acqua ’e (che) scorre di ’ontinuo.
-
Pisciona, s. f. Bambina piccola. A: Cos’è, maschio o femmina?
B:
È ’na pisciona!
-
Pìsola, s. f. Somma esagerata. E deono stacci attenti, perché se sbagliano e son puniti ’on delle belle pisole da pagà!
-
Piticcà, v. intr. Rispondere con pignoleria e con puntiglio ad ogni osservazione. Guarda ’ome piticcano: sembran cane e gatto!
-
Mamma mia! Stanno sempre a piticcà!
-
’Pito? p. p. Capito? Ho fatto ’olazione tardi. ’Un me la sento di mangià. Mi sento sempre la roba ’i. (Indicando con il dito la parte anteriore del collo) ’Pito?
-
Pitta, s. f. Abbondanti capelli sul collo. O che pitta ciài (ci hai)! Perché ’un va’ (vai) a fatti e (i) ’apelli
(capelli)?
-
Più meglio, agg. Migliore. A bazzia (bazzica) Vincenzo è ’r (il) più meglio di tutti!
-
Più nemmeno! loc. Più. ’Un solo, quand’è finito ’r cardo, ’un le piglio più nemmeno!
-
Pizzetta
, s. f. Questa è una parola che io ho sentito solo in casa,
dove, appunto mangiavo la pizzetta da piccolo. L’ho solo riportata
per rendere più chiaro quello a cui ho già accennato parlando del
direzzolo (vedi). La forma era uguale a una svizzera ma veniva
preparata con carne di filetto macinata alla quale veniva tolto,
dopo meticolosa ricerca fatta sfilacciandola con una forchetta, ogni
eventuale nervettino; quindi mescolata bene con midolla di pane
inzuppata nel latte e strizzata, e un po’ di formaggio grattato. Poi
veniva cotta in un tegamino con poco olio e sale fino a renderla bella
arrosellita (vedi). Era un sistema faticoso per renderla estremamente
appetibile a bimbetti che non amavano la ciccia!
-
Pizzià
(pr: pizzi-à), (pizzicare), v. tr./intr. Pizzicare, pungere,
avere sapore piccante.
-
Pizziorino, (pizzicorino), s. m. Leggero prurito. Sento un pizzïorino alla schiena ’e mi dà ’na noia dell’artro mondo!
-
Pizzïotto, s. m. Pizzicotto. Ma lo sai ’e (che) se’ (sei) stupito. Se te lo dassero a te un pizzïotto ’osì (così) cosa dirresti? E ora è capace mi ci viene un livido
!
-
Po’, v. intr. (ind. pres.) Puoi. Guarda ’i (qui), ora ’un po’ (puoi) dì che ’un t’ho trattato bene: servito ner coscetto!
Po’ ’ndà anc’a Pisa,
ma dei stà attento a ’un piglià fresco!
. Er bagno è cardo. Se vo’ ’ndà
po’ ’ndà.
-
Pó (pr: pó), v. intr. (ind. pres.) Può. Pó ’ndà anc’a Pisa, ma dee stà attento a ’un piglià fresco!
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Poeraccio, agg. Poveraccio. Poeraccio, guarda ’om’ (come) è ’ndato a finì!
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Poero (povero) scannato
, agg. Persona molto povera, senza
soldi.
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Er (il) Poggio
, lu. Località alla fine della via Trento e Trieste,
dove cè la Fattoria del Poggio.
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Er (il) Poggio alla nera
, lu. Località alla fine di Campolungo.
Si raggiunge da una strada poderale in salita sulla destra.
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Er (il) Poggio ar turco
, lu. La spianata sopra Il Mulinaccio, alla
quale si accede da Bocca Mariana.
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Poggio e bua fanno pari
, loc. Una cosa buona e una cattiva si
annullano a vicenda.
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Poìno
, agg. Pochino. A: Allora, ha funzionato bene la stufina?
B:
E si sentiva poìno! Era propio bella ’arda la stanza!
Logicamente
qui poìno vuol dire proprio il contrario, cioè che si sentiva molto.
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Pole, v. intr. (ind. pres.) Può ’Un si pole
. - ’Un pol’ esse!
Parola
usata da Dante nel Paradiso, Canto xxi, verso 35: “ come, per lo
natural costume, le pole insieme, al cominciar del giorno, si movono
a scaldar le fredde piume;”.
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Polla, s. f. Sorgente. Lì in quella strada c’è sempre bagnato, perché c’è ’na polla sotto.
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Pollina
, s. f. Escrementi del pollame. Usati come concime, oppure
tenuti a mollo per qualche giorno e poi usata l’acqua (acqua di pollina)
per concimare.
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Er (il) Ponte de’ fii
(fichi), lu. Località al confine con Cascina
dopo la Lavoria.
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Ponzà
, v. intr. Respirare velocemente dopo uno sforzo fisico.
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Pò’ pò’ (pr: pòpò), loc. Accrescitivo di poco. Questi pò’ pò’ di (più che) citrulli ’un sapeano ’osa (cosa) fà?
- Ogni pò’ pò’ ridicea
le stesse ’ose.
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Poponcino, s. m. Piccolo melone, piccolo popone. A: Mi da’ un poponcino bono da mangià.
B: Questo è bello maturo, propio bono.
A: È bono si, ma da buttà via!
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Por (pole), v. intr. (ind. pres.) Può. N’ (gli) ha spiattellato tutto e ora ’un so come si por fà!
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Porca, s. f. Striscia di terra rialzata tra un solco e l’altro in un terreno coltivato. Questi ’avoli (cavoli) sono pronti, cinque mesi dopo la piantatura, mentre ’uelle (quelle) tre porche laggiù eran’ pronte alla fine di novembre.
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Le Porcarecce
, lu. Località in Cenaia. Sono i terreni un tempo
adibiti all’allevamento dei maiali allo stato brado.
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Porchi, agg. m. pl. Porci. Quando la smetterai di fà e (i) tu’ (tuoi) porchi ’omodi
(comodi)?
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Porcino
, agg. Detto del tasso nel periodo nel quale non mangia
i tuberi dei ciclamini e con riferimento alla sua carne che è simile
a quella del maiale, e quindi buona. Nell’altro periodo viene detto
canino.
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Porpa (polpa), s. f. Carne senz’osso. Voi un pezzo di porpa?
Parola usata dal Boccaccio nel Decamerone, giornata ottava, novella
decima: “e di quelli vi sono stati che la mercatantia e ’navilio e le
polpe e l’ ossa lasciate v’hanno, sì ha soavemente la barbiera saputo
menare il rasoio”.
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Porrandoli
, s. m. pl. Porri selvatici (allium ampelosaprum). (vedi
aglietti).
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Portà ’r (il) bon per la pace, loc. Cercare di sopportare senza litigare. Te che se’ (sei) più grande cerca di portà ’r bon per la pace!
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Porverone, s. f. Polverone. De, c’è ’ndato lui e ha fatto un porverone. In un battibaleno sono spariti tutti!
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Posata, s. f. Sedimento lasciato da un liquido rimasto a lungo in un contenitore. Versalo piano. Questo fiasco cià tutta la posata ’n (in) fondo.
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Posato, agg. Raffermo (riferito al pane, che poi diventa duro e poi secco). A me ’r (il) pane mi piace posato, der giorno prima.
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Poso, s. m. Riposo. L’ha’ visto Riffe? Quando s’accorge ’e mi preparo per andà a caccia ’un (non) trova poso.
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Possino, v. tr. (cong. pres.) Possano. Che ti possino acceà
(accecare)!
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Potea, v. intr. (ind. imperf.) Poteva. Alle sette rivò r’ (il) Braccini e disse ’e si potea ’ndà tutti a casa!
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Potiede, v. intr. (ind. pass. rem.) Poté. ’Un potiede mia stà zitto! Volle dì tutto ’uello (quello) ’e avea ’n (in) corpo!
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Potino
, s. m. Persona che pota gli alberi, gli ulivi in particolare.
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Potrebbano, v. intr. (cond. pass.) Potrebbero. ’Un potrebbano mia fà questo!
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Pozzo nero
, loc. s. m. + agg. Deposito per raccolta degli scarichi
di un cabinetto. Anche il contenuto.
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Le Prata
, lu. Località oltre la strada di Sottologhi verso la Crespina
e al di là del fiume. Sono i prati. Le parole latine al caso nominativo
neutro latino escono infatti in a.
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Pratïa, s. f. Pratica. È ’na pratia ’ngarbugliata
(ingarbugliata =
difficile)!
-
Pratïo, agg. Pratico. Quest’aggeggio ’un è punto (= per niente) pratio! Accidenti a me e quando l’ho comprato!
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Pregna, agg. f. Gravida. La vacca l’è pregna, speriamo ’e vadi (vada) tutto bene!
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Prende di foo (fuoco), loc. Sapere di aceto. Questo vino ha preso di foo.
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Prende gallo, loc. Assumere importanza e sicurezza. L’hanno lasciato fà, e ora ’e ha preso gallo, ’un ci fanno più vita!
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Prende in coglionella, loc. Non prendere sul serio. È uno ’e prende tutto in coglionella.
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Prende’r (il) culo e ’ndassene, loc. Andarsene. E cosa doveo fà? Ho preso ’r culo e me ne sono ’ndato!
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Prende’r (il) foo (fuoco), loc. Sapere di aceto. Questo vino ha preso ’r foo. ’Un si pò (può) bé
. - ’Un si pòr (può) bé.
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Prende ’r sale, loc. Assomigliare a qualcuno nel comportamento. A: S’arrabbia di gnente!
B: È come ’r mi marito!
A: Ha preso ’r
sale, si vede.
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Prendile, v. tr. + pron. pers. Prenderle. Le piante grasse? Riordami di prendile!
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Presa
, s. f. Pezzetto di stoffa per prendere le pentole o altro senza
bruciarsi.
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Presa, s. f. Piccola parte di terreno coltivato. Ho seminato du’ prese di fagioli.
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Prete
, s. m. Attrezzo oblungo per reggere lo scaldino; si metteva
nel letto per riscaldarlo.
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Prima ’e ’r gioo resti
, loc. Prima che sia finito tutto, succederà
qualcosa.
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E Princi
, lu. Località, dopo Bocca Mariana, prima degli Spinelli,
andando verso il confine con Crespina, alla Cinquantina.
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Proda, s. f. Terreno compreso tra due filari di viti. ’Un lo trovi? Guarda nelle prode.
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Proda, s. f. Terreno in cima ad una vigna, a un campo. Te mettiti in proda
(detto ad un cacciatore). Parola usata da Dante nell’Inferno,
Canto iv, verso 7: “Vero è che ’n su la proda mi trovai de la valle
d’abisso dolorosa che ’ntrono accoglie d’infiniti guai”.
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Le Prodine
, lu. Terreno che si raggiunge da Fungiaia andando
verso Tripalle, prendendo la prima strada a destra e andando giù
fino all’inizio della discesa del poggio. Il nome ricorda un sistema di
caccia agli uccelli.
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Protò
, s. m. Cassetta in legno o plastica per frutta e verdura. Dal
francese plateau.
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Prunaio, s. m. Insieme di piante di rovo. Se, e ora c’entro subito in quer prunaio. Se lo voi te lo vai a piglià da te!
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Prune, s. m. Spina. M’è ’ntrato (entrato) ’n (un) prune ’n (in) un dito.
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Pruni
, s. m. pl. Rovi. Quelli che mia moglie (di Lustignano,
comune di Pomarance) chiama roghi. E io tutte le volte le spiego che
si chiamano anche noi così, ma solo quando bruciano! Parola usata
da Dante nel Paradiso, Canto xxiv, verso 111: “ché tu intrasti povero
e digiuno in campo, a seminar la buona pianta che fu già vite e ora è
fatta pruno”.
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Puce, s. f. Pulce, pulci. Cotesto ’anino (canino) è pieno di puce!
C’è un detto: Anc’alle puce ni (gli) viene la tosse!
che si usa quando
qualcuno fa qualcosa più grande di lui! Per esempio un bambino che
vuol bere il vino.
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Puce e penne, loc. Complimento rivolto a un bambino. O te, puce e penne, ’n (in) du’ (duve? = dove) vai?
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Puce secca
(pulce secca), loc. Granchio a secco, strizzatura
della pelle.
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Pugnetta
, s. f. Presina per prendere pentole o altro senza bruciarsi.
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Pula, s. f. L’insieme delle parti esterne del chicco di grano. Sparirono ’ome (come) la pula ar vento!
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Pulaiolo
, s. m. Capanna tonda con tetto conico. Le pareti esterne
sono fornate da piccole canne intrecciate. Usata per metterci al riparo
dalle intemperie la pula.
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Puntata, s. f. Cazzotto. Se ’un ti levi di ’ostì (costì) ti dò ’na puntata ner muso!
- Ti do ’na puntata ner muso ti stendo!
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Punti mòlli
, loc. Punti lunghi e lenti in una cucitura provvisoria.
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Punto, negazione. ’ Un ce n’è punto.
- ’Un c’è punto vino, ’un ce
n’è.
- ’Un c’è punta birra, ’un ce n’è.
- Da punte parti
= in nessun
posto - In punti posti
= in nessun posto - ’Un sono punto (= per
niente) ’ontento!
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E (i) Puntoni
, lu. Località al confine con Fauglia sulla via
provinciale delle Colline per Livorno.
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Puppà, v. tr. Succhiare, poppare. Ha’ (hai) visto? Se l’è puppato tutto! E te dicevi ’e ’un l’avrebbe nemmeno guardato!
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Puticchia
, s. f. Cinciallegra (Parus major). Dal latino volgare
puta, bambina.
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Putupum, Putupumme
, loc. Rumore fatto cascando. ’Ndavo
verso la macchia e a ’n certo punto sono ’nciampato in una barba e,
putupum, sono ’ndato a finì nella fossa. Meno male ’un mi son fatto
gnente!
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Puzza avella!
loc. Manda un gran cattivo odore. Da avello =
sepolcro, e questo dà un’idea esatta dell’odore!
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Puzziterio, s. m. Puzzo. O cos’è ’sto (questo) puzziterio? S’appesta!
-
Puzzà, s. m. Mandare cattivo odore, puzzare. Puzza ’e (che) appesta